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L’importanza del saper dimenticare: come il cervello sovrascrive i ricordi grazie alla plasticità neuronale

2026-02-25 18:00

Dafne Pandolfo

Emozioni in buffering,

L’importanza del saper dimenticare: come il cervello sovrascrive i ricordi grazie alla plasticità neuronale

Ogni atto del ricordare è anche un atto di trasformazione. I nostri ricordi non sono fissi o immutabili ma in continuo movimento.

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Introduzione

 

Per molto tempo, la memoria è stata considerata una funzione cognitiva orientata alla conservazione fedele delle esperienze e per questo, associata comunemente a qualità come intelligenza, affidabilità, salute e continuità dell’identità personale. Al contrario, il dimenticare è stato più spesso interpretato in termini negativi, come segno di superficialità o mancanza, talvolta persino di colpa, oppure come effetto del declino cognitivo o di specifiche condizioni patologiche. Questa dicotomia per la quale ricordare è “giusto” e dimenticare, invece, “sbagliato”, da sempre permea il linguaggio educativo, orienta i nostri giudizi e il modo in cui viviamo le relazioni interpersonali. Tuttavia, ad oggi, questa visione appare riduttiva e, in alcuni casi, fuorviante. 

 

Le neuroscienze e la psicologia contemporanea propongono una prospettiva radicalmente diversa: dimenticare non può essere considerato un difetto del sistema, ma una sua funzione essenziale. Le ricerche più recenti mostrano, infatti, come la memoria non sia orientata all’archiviazione esatta del passato, ma alla regolazione adattiva dell’esperienza nel suo continuo divenire, al fine di sostenere il benessere e la salute mentale.

 

Il cervello non conserva tutto (e per fortuna!)

 

Lo psicologo americano William James, già nel 1890, sosteneva che “dimenticare è importante tanto quanto ricordare”, infatti, la perdita sistematica di alcune informazioni, svolge una funzione adattiva fondamentale: consente al cervello di fare spazio a nuovi apprendimenti e di adattarsi a contesti diversi, facilita l’accesso alle informazioni più utili e contribuisce alla tutela dell’autostima, ad esempio, attenuando il ricordo di esperienze imbarazzanti. Inoltre, dimenticare ha una funzione attiva ai fini dell’evoluzione stessa della specie: con il tempo, infatti, favorisce il mantenimento dei ricordi positivi, che possono essere richiamati alla memoria più facilmente e riduce l’impatto di quelli spiacevoli o dolorosi. Questo meccanismo è particolarmente evidente nel caso delle esperienze traumatiche, il cui ricordo, se non modulato, potrebbe compromettere il benessere psicologico. 

 

Quando, infatti, un evento altamente stressante viene ricordato senza una modulazione adeguata, il ricordo può riattivare ogni volta le stesse risposte emotive e fisiologiche di allarme, come se l’esperienza stesse accadendo nel presente. In queste condizioni, il sistema nervoso rimane intrappolato in uno stato di ipervigilanza, con conseguenze sul sonno, sulla regolazione emotiva e sulle relazioni interpersonali. In tal senso, la possibilità di indebolire o trasformare tali ricordi non significa cancellarli, ma ridurne l’impatto emotivo e corporeo, in altre parole, ciò consente al cervello di distinguere il passato dal presente

 

Pertanto, comprendere i processi attraverso i quali i ricordi vengono modificati, consente, quindi, di superare l’idea di una memoria rigida e immutabile e di riconoscere il ruolo centrale della plasticità neuronale e della ristrutturazione cognitiva nel mantenimento della salute mentale, intesa come capacità di integrare l’esperienza senza esserne sopraffatti.


 

La memoria, un processo dinamico: come il cervello si adatta nel tempo 

 

Il cervello umano non è progettato per conservare il passato come un archivio, in modo statico, bensì per adattarsi all’ambiente. Infatti, le connessioni tra i neuroni cambiano continuamente, in base alle esperienze, ai pensieri e alle emozioni, grazie alla plasticità neuronale. Quest’ultima costituisce la capacità del sistema nervoso di creare nuove connessioni sinaptiche, rafforzarne o indebolirne altre ed è il fondamento biologico dell’apprendimento e del cambiamento. In questo senso, la capacità di modificare o riorganizzare i ricordi rappresenta uno dei pilastri del funzionamento psicologico sano.

 

Un aspetto centrale, spesso poco noto, è che ogni atto del ricordare è anche un atto di trasformazione. I nostri ricordi non sono fissi o immutabili, al contrario, ogni volta che richiamiamo un ricordo, lo modifichiamo. Quando un ricordo viene riattivato, infatti, può essere indebolito, arricchito, trasformato o integrato con nuove informazioni. In altre parole, ogni ricordo può essere sovrascritto.

 

Questo fenomeno è noto come riconsolidamento della memoria. Durante tale finestra temporale, il ricordo può essere modificato prima di essere nuovamente stabilizzato nelle reti neuronali. Dal punto di vista psicofisiologico, infatti, ogni ricordo è il risultato dell’attivazione di reti neuronali distribuite ed interconnesse, che coinvolgono strutture differenti a seconda della componente cognitiva, emotiva e sensoriale dell’esperienza. In quest’ottica, il processo di riconsolidamento comporta, dunque, una riorganizzazione sinaptica: alcune connessioni vengono rafforzate, altre indebolite. 

 

Il cervello, quindi, non recupera semplicemente il passato, ma lo aggiorna, integrando nuove informazioni, stati emotivi diversi o reinterpretazioni cognitive nel contenuto mnestico originario. Quando una nuova interpretazione viene ripetuta, il cervello impara una risposta diversa, non nega l’evento, ma interviene sulla sua interpretazione, attuando un processo di ristrutturazione cognitiva

 

Questo meccanismo spiega perché i ricordi non siano mai copie perfette degli eventi vissuti e perché possano cambiare nel tempo, anche in assenza di patologie. Inoltre, questo processo ha una efficace funzione adattiva: non cancella il passato, ma cambia il modo in cui lo interpretiamo, affidando ad uno stesso evento una nuova cornice di significato.
 

Implicazioni cliniche: perché saper dimenticare è sano?

 

La ristrutturazione cognitiva, dunque, non comporta la negazione o la cancellazione dell’esperienza vissuta, ma consente di modificare il significato attribuito all’evento. In termini neurobiologici, quindi, cambiare l’interpretazione di un evento significa modificare l’attivazione delle reti neuronali ad esso associate. Quando una nuova lettura dell’esperienza viene ripetuta e consolidata, si osserva una progressiva riduzione della risposta emotiva automatica iniziale e il ricordo si integra in modo più equilibrato nella storia personale. Da questa prospettiva, dimenticare non equivale a cancellare, infatti, il ricordo non scompare, ma perde il potere di determinare automaticamente reazioni, emozioni e comportamenti.

 

La capacità di “saper dimenticare” consente all’individuo di uscire da schemi rigidi, di apprendere nuove risposte e di adattarsi a contesti mutati. È un processo fondamentale per la salute mentale e per la regolazione emotiva. Per tali ragioni, infatti, la ristrutturazione cognitiva, costituisce, ad oggi, nella prospettiva clinica, un concetto centrale nelle terapie cognitivo-comportamentali ed in particolare, nel trattamento dei traumi.

 

Infatti, in ambito terapeutico, la riattivazione guidata dei ricordi in un contesto sicuro permette al sistema nervoso di ricalibrarsi. Quando il ricordo viene vissuto senza che l’organismo entri in uno stato di allarme, si crea l’opportunità per una riscrittura delle associazioni emotive e cognitive ad esso relative. In questo processo, mente e corpo non costituiscono due entità separate, ma sistemi profondamente interconnessi ed il cambiamento psicologico diventa osservabile e spesso accompagnato da modificazioni corporee, quali regolazione del respiro e riduzione della tensione muscolare.

 

Dunque, la capacità del cervello di dimenticare, ristrutturare e aggiornare i ricordi rappresenta una delle espressioni più sofisticate dell’intelligenza umana, nonché presupposto del cambiamento, della crescita e della salute.

 

Conclusione

 

Tali evidenze, invitano, oggi, a riconsiderare il ruolo della memoria all’interno del funzionamento mentale. Il cervello seleziona, riorganizza e rielabora le esperienze in funzione dell’equilibrio emotivo e dell’adattamento all’ambiente. In questo processo, selezionare alcune informazioni e dimenticarne altre, assume un valore regolativo fondamentale, soprattutto quando consente di attenuare l’impatto di ricordi disfunzionali o traumatici. La possibilità di attribuire un nuovo significato alle esperienze, sostenuta dalla plasticità del sistema nervoso, rappresenta una risorsa fondamentale per la salute psicologica, favorendo flessibilità, integrazione e continuità del sé nel tempo.

 

In questo quadro, dimenticare non rappresenta una perdita, bensì una funzione essenziale che consente al cervello di aggiornare l’esperienza, modulare le risposte emotive e favorire il benessere psicologico. In conclusione, quindi, nella prospettiva della salute mentale, ciò che conta non è ricordare meglio o ricordare meno, ma poter ricordare in modo diverso. 

 

Dott.ssa Dafne Pandolfo


 

Bibliografia

 

Beck, J. S. (2011). Cognitive Behavior Therapy: Basics and beyond. Guilford Press.

 

LeDoux, J. (1996). The Emotional Brain. Simon & Schuster.

 

Nader, K., Schafe, G. E., & LeDoux, J. E. (2000). Fear memories require protein synthesis in the amygdala for reconsolidation after retrieval. Nature, 406, 722–726.

 

Panksepp, J. (1998). Affective Neuroscience. Oxford University Press.

Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.

 

Sitografia

 

Pascucci, L. (2022). Dimenticare è una funzione essenziale per la nostra mente. https://www.istitutobeck.com/becknews/dimenticare?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=dimenticare

 

Grillo, S. (2021). Oblio: l’importanza della dimenticanza in neuroscienze. https://www.neuroscienze.net/oblio-importanza-dimenticanza-neuroscienze/ 

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